| Titolo FanFiction: Eeya Traduzione titolo: Che è stato. Autore: Jericho XVIII Personaggi principali: Preferisco non spoilerare all'inizio Genere: Da definire Rating: Verde Capitoli: 31 Stato: In continuazione 31 Guardai fuori dalla finestra, puntellandomi sui gomiti. Ero sdraiata a pancia in giù in camera mia, o meglio la mia camera nella casa della nonna. Il pavimento di legno, lucido e rivestito dalle mie cose, che avevo scaricato lì direttamente dagli scatoloni che erano ancora accatastati in un angolo vicino alla porta. Il mio letto era semplicemente un materasso doppio, morbidissimo, farcito di coperte totalmente inutili in quanto era caldissimo. Oh, quanto faceva caldo. La luce abbagliante che mi arrivava in faccia passava attraverso alla porta a vetri davanti a me, e le lunghe tende bianche piene di risvolti non potevano nulla: il calore mi stava friggendo la fronte e le guance. Sospirando, sciolsi lo chignon e richiusi il libro che stavo leggendo, che fece un curioso suono secco. Mi alzai, con i capelli castani e corti davanti agli occhi, e presi rapidamente un fermaglio dal bagno. Erano due giorni che ero tornata lì, dalla nonna, come tutti gli anni. Mi toccava passare tutta l'estate e i primi tre mesi di scuola in quel posto in mezzo alla campagna, perché i miei andavano via per lavoro. Assurdo ma non impossibile. La città distava almeno settanta chilometri da casa della nonna, e il paese era sotto la sua provincia. La scuola condivideva i miei voti, il trasferimento era ogni anno pulito e senza intoppi... potevo proseguire per ore con futilità simili che ogni anno mi venivano gentilmente ripetute. Al momento, però, pensavo ad altro. Era solo luglio, agosto e la scuola mi sembravano lontane e poco preoccupanti, anche se sapevo bene che quel primo di settembre avrei insultato poco garbatamente la me stessa di quell'istante, maledicendo il tempo e il caldo traditore che avrebbe lasciato posto alla pioggia. Sbuffai e mi sedetti a gambe incrociate, trascinandomi più vicino alla finestra. Finii di sistemarmi i capelli intrecciandoli in una crocchia sulla nuca e scostai delicatamente la tenda, rimirando compiaciuta il paesaggio che vedevo. La mia camera si trovava sulla facciata della casa, che aveva solo un piano e un piccolo soffitto-soppalco al quale si accedeva dalla mia stanza. La finestra dava sulla piccola veranda della nonna, e poi sullo stradino che si congiungeva, più lontano, all'unica via che collegava le sei abitazioni tra fattorie e case in quella parte di campagna. A sinistra della casa iniziava il boschetto, come pure dietro; a destra i nostri alberi da frutto, il prato, il recinto dove la nonna teneva le sue bestiole che adoravo. Osservai un gatto tigrato attraversare lo spiazzo davanti casa, poi spostai nostalgicamente lo sguardo ad un ciliegio alto dall'aspetto piacente. Ne rimirai le fronde forti e scure, le foglie verdi che si protendevano verso il cielo. Poi mi bloccai. Sul ramo orizzontale più largo c'era una schiena, sotto delle gambe penzolanti, ai lati appoggiate delle braccia bianche e rilassate. C'era un tizio. Sul mio albero. Spalancai gli occhi e mi tirai in piedi, inciampando quasi nelle cianfrusaglie per terra, attraversai le tende e mi fiondai fuori, scalza e spettinata. Portavo una maglia sbiadita arancione, larga davanti, e dei pantaloni larghi stretti sotto il ginocchio che mi lasciavano nudi i polpacci. Le scarpe? Figurarsi! Dalla nonna andavo scalza fino a metà settembre. Mi diressi come un fulmine verso l'albero, agitando le braccia. «Tu...!» urlavo distrattamente. Arrivata a dieci metri di distanza mi accorsi che non sapevo cosa dire. Rallentai e mi fermai, guardando in alto e schermandomi il viso per vedere contro il sole. Sul ramo non c'era più nessuno. Farfugliai qualcosa, stizzita e sorpresa, e un'ombra mi passo veloce sul capo. «Ciao?» chiese disorientata una voce. Girai di scatto la testa. Il ragazzo fece la sua parca figura, devo ammettere, in controluce sopra di me, incastrato con disinvoltura tra un ramo e l'altro. Feci appena in tempo a studiarne i lineamenti che scese un po', sedendosi dov'era prima. Lo guardai, accigliata, poi mi avvicinai al tronco e lo scalai con un paio di mosse che conoscevo bene. Mi sedetti con circospezione sul ramo di fronte a lui. «Spero non ti dispiaccia se ti parlo alla tua altezza» dissi, abbracciandomi una gamba al petto. Lui scrollò le spalle senza smettere di guardarmi, socievolmente. «Abito in quella casa lì. Tu?» «Proprio qua» sottolineai, come ad intendere che l'albero fosse di mia unica e inviolabile proprietà. Ma non ero più arrabbiata. Lui ridacchiò. Era carino, mentre sorrideva. Strizzava gli occhi scuri e scopriva poco i denti bianchi. Non ci pensai. «Mi chiamo Dereck» «Lina», mi presentai inclinando un po' la testa. Non aveva affatto un'aria familiare, ma sembravamo entrambi a nostro agio. Non ce l'avevo più con lui perché aveva invaso il mio rifugio. Lo osservai per bene. Aveva i capelli corti e neri, lisci e disordinati. Di tanto in tanto se li tirava via dalla fronte, mandandoli all'indietro: forse era per quello che il suo viso sembrava caldo e luminoso, anche con il forte contrasto della pelle bianchissima. Dedussi che era lì da poco; mi gettai una rapida occhiata alle braccia e scoprii di essere davvero abbronzata. Di costituzione era solito e un po' squadrato, come ogni ragazzo mio coetaneo nella tremenda corsa della crescita. Aveva persino un accenno di muscoli, ma per il resto era piuttosto normale. Anche lui mi fissò quasi con insistenza, studiandomi. Lo lasciai fare, distratta dalle sue mani: erano piene di scarabocchi, sulle nocche e sulle falangi c'erano lettere. Anche intorno ai polsi c'era scritto qualcosa. «Piacere di conoscerti, Lina» proferì sicuro. «Chi sei?» domandai senza farmi troppi problemi. Lui sorrise e scattò, mettendosi in piedi sul ramo. Con un po' più di fatica lo feci anch'io, chiedendomi che razza di equilibrio avesse. «Dereck, ma preferisco che mi chiami solo Dere. Suona meglio, e quelle due ultime lettere stonano parecchio, a mio parere. Mi sono trasferito qui, ma forse ripartirò, anche se non so quando. Ho quindici anni, e sono pazzo» rise, senza curarsi della mia espressione stranita. «Una ragazza in un libro che ho letto si presentava più o meno così. Ho aggiunto qualcosa e inventato qualcos'altro. Vivo qui da sempre, ma fino ad una settimana fa abitavo in un istituto per ragazzi con handicap fisici. Sono guarito» spiegò. Lo guardai, confusa. «Per il fatto che sono pazzo, be', puoi fidarti. Meglio che tu lo sappia da subito, in modo da poter decidere se parlarmi o no; non sono come gli altri, penso cose che gli altri non pensano, vedo l'invisibile e faccio cose che la gente sana non si sognerebbe neanche» Inclinò la testa. Io presi la parola. «Ma non la spaventi, la gente, parlando così tanto ogni volta che la incontri?» Rise ancora e si strinse con disinvoltura nelle spalle. «Mica lo faccio con chiunque. Te l'ho detto che vedo quello che non si vede, no? Ti vedo amica, e così ti parlo» «Interessante» commentai. «Solo se lo vuoi» «Non fai un po' troppi giochi di parole?» «Tu non critichi un po' troppo?» «Sono solo considerazioni» «Mi hai creduto?» «Penso solo che tu voglia essere speciale» Mi sorrise. «Scendo dall'albero. Sta a vedere» Ancora impegnata a ragionare sul nostro scambio di battute, gli porsi la mia attenzione senza darci troppo peso. Lo vidi caricare un salto, poi in un modo che non riuscii a seguire spinse con i piedi sul tronco e si afferrò con le mani al ramo sul quale era seduto, atterrando per terra con una capriola in aria e una sull'erba per non farsi male. Una volta in piedi si girò verso di me, con un mezzo sorriso. Risi, senza curarmi più delle sue stranezze, e applaudii. Poi scesi con metodo più ortodosso dall'albero e mi avvicinai a lui. «Dere» lo chiamai tastando il soprannome. Incrociò le braccia e mi guardò, in attesa. Era più alto di me, ma neanche di molto. «Succo d'arancia?» Annuì, ironico, e scoppiò a ridere. «Ma veramente ti fidi di uno come me? Sono pazzo» «Lo siamo tutti», replicai prendendolo per mano, «e nessuno se ne accorge».i sensi mi abbandonano, e la vita li accompagna. ♦♦♦♦♦♦♦♦♦♦  E Nuto a dirmi: - Cosa credi? la luna c'è per tutti, così le pioggie, così le malattie. Hanno un bel vivere in un buco o in un palazzo, il sangue è rosso dappertutto. - Ma allora cosa dice il parroco, che fa peccato? - Fa peccato il venerdì, - diceva Nuto asciugandosi la bocca,- ma ci sono altri sei giorni.
Cesare Pavese, La luna e i falò
I'll be waiting.
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